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venerdì 7 agosto 2009

Ragionamenti Bio intorno a un piatto di prugne

E' incredibile come la natura ci metta di fronte a centinaia di variazioni su uno stesso tema.

E' meraviglioso scoprire che un frutto è uno, nessuno e centomila, e che per ogni tipo che si mangia si assume un colore diverso dello spettro; la prugna si presta benissimo a questa piacevolissima scoperta, offrendoci in questa stagione sempre un volto diverso.

Esistono le prugne piccole e selvatiche, gialle e rosse dal sapore zuccherino squisito; ci sono le susine, quelle viola a punta con una polpa gialla delicatissima e estremamente indicate per fare delle deliziose marmellate casalinghe; ci sono le prugne gialle giganti, un trionfo di dolcezza, le sangue di drago da colore esterno rosso/verde e dalla croccantissima e asprigna polpa rosso sangue; ci sono le prugne nere fuori e bianche dentro, un piacere affondarci i denti. E poi ce ne sono tantissime altre, che nel periodo estivo si alternano o si contendono i favori degli acquirenti.

Noi, per non sbagliare, ne compriamo sempre un pò di tutti i tipi, e quasi ogni giorno ci prepariamo un piatto coloratissimo e ricco di gusti sempre nuovi.

Noi, però, compriamo la frutta fresca al mercato, da un contadino che vende al pubblico e che non usa i metodi dell'agricoltura convenzionale. Il contadino lavora come lavorava suo padre e il padre di suo padre prima di lui, ha rispetto della sua terra al punto che mai e poi mai taglierebbe un albero per fare spazio a un "business" diverso da quello che ogni giorno lo fa stare piegato a contatto intimo con la stessa terra. Il contadino non è certificato Bio, ma le brave persone non hanno bisogno di certificazioni per dimostrare la loro buona fede. Soprattutto, sono i suoi prodotti che non mentono: ogni settimana espone frutta e verdura diverse dalla precedente, porta quello che la sua terra produce e non quello che tutti gli altri fruttivendoli hanno esposto in maniera identica in tutti i banchi d'Italia. Sarebbe inutile star qui a portare prove che avallano le mie tesi perchè non c'è bisogno di convincere nessuno; tuttavia, il sapore di questi ortaggi è nettamente superiore a quanto potremmo mangiare altrove, e chi ci viene a trovare si stupisce sempre della bontà di quello che mettiamo in tavola, e nel caso di frutta è ovvio che non può essere "frutto" delle nostre doti culinarie.

Per tornare a noi, un altro indizio tradisce l'animo antico di questo contadino: espone sempre frutti che difficilmente si riescono a scorgere altrove.

E qui torniamo alle nostre amiche prugne, le quali insieme a tanti altri vegetali gli fanno onore: in quarant'anni di (presumibile) onorata vita masticatoria, mai e poi mai avevo visto in un mercato (e tantomeno nei negozi di pseudoalimenti chiamati supermercati) tanta varietà, ma soprattutto mai e poi mai avevo mangiato le sangue di drago o le dolcissime selvatiche.

Perchè, mi viene da pensare? Ma perchè l'agricoltura convenzionale è monocultivar, non si mette lì a curare piante secolari ma riduce i campi di frutta e verdura in filari ordinati di una sola specie di ortaggio per poterla gestire al meglio, farla maturare nello stesso tempo, propinare le stesse dosi di fertilizzanti al petrolio, insetticidi al petrolio, conservanti al petrolio. Così si riducono i costi e con tutto quel petrolio riescono pure a semimbalsamare il prodotto e farlo durare per settimane anzichè pochi giorni come la natura avrebbe previsto.

 

E quindi, quale potrebbe essere la differenza tra il contadino che preserva le sue varietà per offrire a sè stesso e a noi frutti antichi ma ahimè sconosciuti ai più, e l'imprenditore convenzionale?

Potrebbe essere la stessa differenza che c'è tra un racconto che riscalda l'anima e un sms pubblicitario

Potrebbe essere la differenza che passa tra un mondo di colori che rallegrano gli occhi e distendono la mente e un triste nonchè inutile volantino  in bianco e nero

Potrebbe essere la stessa differenza che c'è tra un bagno in un mare limpido e cristallino e quello fatto nella piscina condominiale 4x4 mt, ricca di dannosi miasmi e sempre con la stessa acqua.

 

Abbiamo perso molto negli ultimi 50 anni "grazie" all'agricoltura convenzionale e ai jet che portano il cibo da un angolo all'altro del continente...

Aabbiamo perso migliaia di specie di piante, sacrificate in nome della resa agricola, abbiamo perso la capacità di percepire decine e decine di sfumature di gusto perchè a tavola ci arrivano sempre le stesse 30/40 specie e tra l'altro pure maturate artificialmente perchè vengono raccolte quando sono ancora verdi, abbiamo perso la gioia di aspettare la stagione estiva per mangiare il cocomero, quella autunnale per le castagnate, e quella invernale per le mele.

Abbiamo perso la possibilità di vivere in mezzo a mille colori e nutrirci delle loro differenti  e vitali vibrazioni, abbiamo perso il piacere di andare per boschi e scoprire tra i rovi dei frutti deliziosi, abituati come siamo a mangiare quelli "allevati" che sanno di acqua, abbiamo perso il contatto con la terra che solo chi la ama sa trasmetterci, e per questo consentiamo alle imprese convenzionali di inquinare i nostri corpi, i nostri sogni, le nostre scelte.

Abbiamo perso la naturalezza di giocare con la terra, di sporcarci e di rivoltarci dentro di essa, temiamo di staccare un frutto dall'albero e mangiarlo così com'è perchè "se non c'è l'amuchina ci prendiamo germi e batteri", siamo asettici, asfittici, stitici dentro e fuori.

Per quello che mi riguarda, non è poco, e sinceramente non me ne faccio nulla di dieci, cento, diecimila articoli che denigrano o tentano di sputtanare l'agricoltura biologica, perchè quello che questi signori non capiscono è che comprare cibo non è solo sborsare quantità il più possibile minime di denaro o nutrire il proprio corpo per sostentarci e andare a lavorare 12 ore al giorno.

Il cibo è vita, gioia, poesia, contatto con la madre terra, nutrimento per l'anima e molto altro. E le prugne del mio amico contadino oltre a nutrire il mio corpo riescono a fare tutto il resto. La lattuga radioattiva, proprio no.

mercoledì 2 luglio 2008

Cosa vogliono darci da mangiare?


Ci risiamo, puntuali come il cannone del Gianicolo a mezzogiorno, ogni tanto appaiono articoli contro il biologico.

In un articolo (?) su tin.it, si parla di chi asserisce che il biologico sia dannoso per l'agricoltura mondiale.

In che modo? Secondo il padre della rivoluzione verde, Norman Borlaug, il biologico può sfamare al massimo 4 miliardi di persone solo a patto che si espanda fino a distruggere interi ecosistemi. Già, peccato che la rivoluzione verde abbia portato intere fasce di territori coltivati alle monocolture irrigate allegramente di fertilizzanti chimici.

Nell'articolo si declama che non è un mistero che le coltivazioni bio abbiano una resa inferiore rispetto alle coltivazioni tradizionali, ma se ci avessero spiegato con dati certi questa verità ci sarebbe piaciuto di più, dal momento che numerosi studi certificano invece che dopo pochi anni di riconversione delle terre da convenzionale a bio, la nuova produzione supera tranquillamente  la vecchia, abbassando i costi di fertilizzanti e pesticidi (vi pare poco?) e portando una serie di futili conseguenze quali riduzione dell'inquinamento delle falde acquifere, o una riduzione di elementi nocivi nei nostri piatti.

Ai prodotti bio inoltre, sarebbe imputata la colpa di far aumentare i prezzi del cibo, e di conseguenza di non essere sostenibile. Si ipotizza che il bio sottragga preziosa terra (?) allo sfruttamento intensivo, dimenticando che dopo pochi anni di monocolture e di sfruttamento intensivo un pezzo di terra diventa arido e sterile come dopo la passata di Attila. Dimenticando, ancora una volta, che pochi anni di coltivazione biologica o biodinamica (o meglio ancora di permacoltura) rivitalizzano o mantengono alti i livelli dei terreni e trattengono maggiori percentuali di carboni, riducendo in questo modo il tasso di inquinamento dell'aria.

 

Come al solito, questi articoli che sbattono il mostro in prima pagina, hanno un effetto devastante su stili di vita discreti e responsabili. Senza tener conto di mille fattori che danneggiano l'economia mondiale (tra cui GDO e grandi aziende), si spara il titolone e si scrivono articoli senza approfondimenti seri.

Noi procediamo per la nostra strada, il biologico non è il mostro che qualcuno vuol farci credere, e alla faccia dei suoi detrattori mi sgranocchio una carota bio freschissima e gustosissima

 

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Posto solo un commento fatto da una persona a quell'articolo, mi sembra molto esplicativo:

Chi sottrae la terra per produrre cibo non è la coltivazione biologica ma lo smisurato investimento in produzione di carne. La superficie destinata al pascolo e alla produzione di cereali a consumo esclusivo degli animali da allevamento sarebbe sufficiente a ridurre drasticamente la fame nel mondo. Invece, qualcuno ci fa credere che dobbiamo mangiare carne per forza e ci invoglia mettendoci pure i pupazzetti nelle confezioni di Hamburger...

Luigi Calabrese

 

 

Altro commento:

Bioscience (luglio 2005, Vol. 55:7) pubblica uno studio della Cornell University (22 anni di comparazione di costi e vantaggi ambientali, energetici ed economici delle coltivazioni bio e convenzionali di mais e soia): oltre a non utilizzare pesticidi, il bio consuma meno acqua del convenzionale e il 30% meno d'energia fossile; le pratiche agricole bio comportano meno erosione e preservano la qualità del suolo; negli anni siccitosi dal 1988 al 1998, il raccolto di mais prodotto bio è stato del 22% superiore; l'azoto nelle aziende bio è aumentato dall'8 al 15%; l'applicazione del biologico ha ridotto l'inquinamento delle acque di falda.
di sintesi.
Ricerca del British Trust for Ornithology, del Centre for Ecology & Hydrology di Lancaster e dell'Università di Oxford finanziata dal governo britannico e pubblicata su Biology Letters: nelle aziende biologiche presentano un maggior tasso di biodiversità: "i campi biologici contengano dal 68 al 105 per cento in più di specie vegetali e dal 74 al 153 per cento in più di piante spontanee rispetto alle aziende non biologiche", "aumentare la superfìcie coltivata con metodo bio può contribuire a ristabilire la biodiversità nei paesaggi agricoli".
Valanghe di studi che provano la superiorità nutrizionale dei prodotti bio (vitamine, sali minerali, polifenoli e antissodianti).
La fame nel mondo non dipende da poca produzione, ma da sfruttamento, speculazione e iniqua spartizione delle risorse.
Il resto è cazzeggio.

ROBERTO